La vera class action sono le primarie

Condivido la frase di Bersani citata da Adamoli, perché afferma che la credibilità di un partito si basa su fatti e comportamenti, non su dichiarazioni di principio.
Ed è un fatto che Penati (indagato) si sia dimesso dal Consiglio regionale, così come è un fatto che la Minetti (rinviata a giudizio) non mostri alcuna intenzione di seguirne l’esempio.
Ma non è cercare il pelo nell’uovo chiedere anche che il PD renda conto delle scelte che hanno portato Tedesco in Senato e Pranzato all’Enac, così come dell’operato di Penati da Presidente della Provincia di Milano. Dovrebbe essere normale che un partito renda conto agli elettori delle scelte che compie.

Per quanto riguarda la class action, mi sembra di non essere l’unico a considerarla un’uscita inopportuna e che Bersani abbia sbagliato bersaglio: ciò che serve è piuttosto un’iniziativa con la quale il PD dimostri concretamente l’intenzione di cambiare la politica, per esempio con una proposta di legge per attuare l’art.49 della Costituzione.
Bersani dovrebbe poi dimostrare anche la volontà effettiva di restituire agli elettori il diritto – negato dal porcellum – di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, accettando la proposta di effettuare le primarie per la scelta dei candidati alle prossime elezioni politiche. Il PD non può permettersi di attendere una nuova legge elettorale, che certamente non arriverà da questo Parlamento, ed evitare di dare una risposta immediata ai propri elettori.

Non condivido l’affermazione che “la politica e i politici siano lo specchio della società”, perché una politica che aspiri a guidare la società – e se così non fosse ne possiamo fare tranquillamente a meno – deve essere in grado di esprimere le forze migliori di un Paese.
Citando Piero Calamandrei, ricordo che “i fini di un governo […] saranno tanto meglio raggiunti quanto meglio da questa sua scelta usciranno i più degni: cioè i più capaci, intellettualmente moralmente e tecnicamente, ad assumere nel popolo funzioni di governo.”