La prossima volta voterò solo se …

Siamo in recessione. Siamo in piena crisi, e ci siamo ormai quasi ininterrottamente dal 2008, con fattori scatenanti via via diversi che però hanno tutti prodotto lo stesso effetto: c’è sempre meno lavoro, sia per i lavoratori dipendenti che per quelli autonomi, per i liberi professionisti e per i commercianti, per gli imprenditori, ancora meno per i giovani e per le donne. Una crisi della quale nessuno sembra sia capace di trovare la soluzione, come se fossimo in un tunnel da cui non si riesce a vedere l’uscita.

Di fronte a tutto ciò c’è chi si ostina (e il sottoscritto è tra questi) a sostenere che per affrontare la crisi sia importante cambiare la legge elettorale per l’elezione dei parlamentari nonché approvare una legge che regoli il funzionamento dei partiti, attuando finalmente, dopo oltre sessant’anni, l’articolo 49 della Costituzione.

Perché la riforma della legge elettorale è così importante? Perché “sprecare” tempo e risorse quando ci si dovrebbe concentrare sulla definizione di piani per la crescita, di misure per il sostegno al reddito, di lotta contro la disoccupazione? Semplice: perché una delle cause principali del debito italiano, dello spread e della mancanza di soluzioni alla crisi, è la mediocrità della classe politica italiana, selezionata secondo criteri di appartenenza e fedeltà e quasi mai per merito è qualità.

Se è così, allora la legge elettorale è importante, perché è lo strumento con il quale i cittadini potrebbero (ed oggi non è così) scegliere i parlamentari, vale a dire i primi ad avere il compito di fare uscire l’Italia da questa crisi. E allora è importante che i prossimi parlamentari (quelli che eleggeremo nel 2013) siano capaci di trovarla, una soluzione a questa crisi, tenuto conto che probabilmente consisterà in un percorso lungo e per niente semplice. Ed è quindi importante che siano, i prossimi parlamentari, i migliori che questo Paese è in grado di esprimere, i più bravi, i più competenti.

Proviamo a rivolgere lo sguardo al Parlamento attuale, quello dei “nominati” dai segretari di partito attraverso una legge elettorale (il porcellum) che ha sottratto completamente agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti: un Parlamento eletto con gli stessi criteri – per intenderci, con i vari Scilipoti, Lusi, Tedesco, Scajola, Rosi Mauro e Cosentino, e magari con l’aggiunta di un Penati, di una Minetti o di un Bossi jr – può essere considerato in grado di cambiare le sorti dell’Italia? Non è allora il caso di pretendere che i partiti rinuncino a questo arbitrio, ed insistere perché nel 2013 si voti con una nuova legge elettorale, che restituisca agli elettori il diritto di scegliere chi votare? Lo scorso anno oltre 1.200.000 cittadini ci hanno provato, sottoscrivendo i referendum per l’abolizione del porcellum, chiedendo di fatto che la legge elettorale fosse cambiata. E anche se la Cassazione ha respinto i due quesiti referendari, questa richiesta è ancora lì, perché i partiti una risposta non l’hanno ancora data (e forse non la vogliono dare).

E pensare che non sarebbe neanche così difficile immaginarla, una nuova legge elettorale: sarebbe sufficiente utilizzare lo stesso meccanismo con cui ormai da anni si eleggono i sindaci, quel doppio turno che ha dimostrato più volte (l’ultimo esempio è Parma, ma si pensi a Milano e Bologna, a Como e Lucca) di rendere possibile il cambiamento e garantire il governo delle città. Perché gli elettori, a differenza dei partiti, sono capaci di promuovere il cambiamento, riconoscendo quando esprime qualità e idee valide, a patto che la politica permetta di realizzarlo attraverso il voto. Perché la legge elettorale per l’elezione dei sindaci dispone di un altro meccanismo che funziona, quello che limita a due i mandati consecutivi ed evita così situazioni di permanenza eccessiva al potere, come ad esempio Formigoni in Lombardia ed Errani in Emilia-Romagna.

Una nuova legge elettorale, dunque, da abbinare – e adesso mi rivolgo al Partito Democratico – alle primarie per la scelta dei candidati, sia che si tratti di esprimere un nome per un collegio uninominale piuttosto che definire la lista bloccata prevista dalla legge attuale. Le primarie sono infatti uno strumento indispensabile per promuovere e realizzare il rinnovamento della politica, perché consentono a chiunque di candidarsi e stimolano i partiti ad una migliore selezione dei propri candidati, perché obbligano chi si propone a confrontarsi con gli elettori e perché, se interpretate correttamente, facilitano la partecipazione dei cittadini e favoriscono la successiva campagna elettorale. Certo, abbiamo sotto gli occhi esempi negativi come quelli di Palermo e Napoli (che hanno comunque portato a risultati elettorali nel segno del cambiamento), ma preferisco guardare a Genova ed alla giunta varata in questi giorni dal nuovo Sindaco Doria, che ha scelto secondo merito e competenza e nel contempo ha creato una squadra di assessori a maggioranza femminile ed in cui gli appartenenti ad un partito sono la minoranza.

È da qui che si riparte, ne sono convinto, se si vuole provare ad uscire da una crisi che non è solo economica. Abbiamo bisogno di un cambiamento, che permetta alle persone migliori di candidarsi a governare l’Italia ed ai cittadini di sceglierle. Serve una nuova legge elettorale, servono le primarie, e c’è chi all’interno del PD (e si chiama Civati e non Renzi, perdonatemi la precisazione) sta provando da tempo a convincere Bersani e la dirigenza nazionale a fare proprie queste proposte.

Sono anche convinto che passi da qui anche una possibile reazione al crescente astensionismo, perché è difficile votare se non è consentito scegliere. E per quanto mi riguarda è proprio così, la prossima voterò solo se avrò la possibilità di scegliere e sicuramente non voterò per un partito che neghi questo diritto.

Che si tratti di scegliere un nuovo Sindaco a Varese piuttosto che i parlamentari da inviare a Roma.

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La vera class action sono le primarie

Condivido la frase di Bersani citata da Adamoli, perché afferma che la credibilità di un partito si basa su fatti e comportamenti, non su dichiarazioni di principio.
Ed è un fatto che Penati (indagato) si sia dimesso dal Consiglio regionale, così come è un fatto che la Minetti (rinviata a giudizio) non mostri alcuna intenzione di seguirne l’esempio.
Ma non è cercare il pelo nell’uovo chiedere anche che il PD renda conto delle scelte che hanno portato Tedesco in Senato e Pranzato all’Enac, così come dell’operato di Penati da Presidente della Provincia di Milano. Dovrebbe essere normale che un partito renda conto agli elettori delle scelte che compie.

Per quanto riguarda la class action, mi sembra di non essere l’unico a considerarla un’uscita inopportuna e che Bersani abbia sbagliato bersaglio: ciò che serve è piuttosto un’iniziativa con la quale il PD dimostri concretamente l’intenzione di cambiare la politica, per esempio con una proposta di legge per attuare l’art.49 della Costituzione.
Bersani dovrebbe poi dimostrare anche la volontà effettiva di restituire agli elettori il diritto – negato dal porcellum – di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, accettando la proposta di effettuare le primarie per la scelta dei candidati alle prossime elezioni politiche. Il PD non può permettersi di attendere una nuova legge elettorale, che certamente non arriverà da questo Parlamento, ed evitare di dare una risposta immediata ai propri elettori.

Non condivido l’affermazione che “la politica e i politici siano lo specchio della società”, perché una politica che aspiri a guidare la società – e se così non fosse ne possiamo fare tranquillamente a meno – deve essere in grado di esprimere le forze migliori di un Paese.
Citando Piero Calamandrei, ricordo che “i fini di un governo […] saranno tanto meglio raggiunti quanto meglio da questa sua scelta usciranno i più degni: cioè i più capaci, intellettualmente moralmente e tecnicamente, ad assumere nel popolo funzioni di governo.”

Scelta

Il mio intervento a “Prossima fermata Varese” – 22 gennaio 2011

Vorrei spiegare perché c’è chi si ostina a chiedere di organizzare le primarie per la scelta del candidato sindaco a Varese.
Vorrei spiegare perché il PD varesino dovrebbe farsi promotore dell’utilizzo delle primarie anche per la scelta dei candidati alla Camera ed al Senato alle prossime elezioni politiche.
E voglio farlo usando alcune parole, legate tra loro.
La prima in realtà è una coppia di parole che riassume una contrapposizione politica che secondo alcuni non esiste più.
Una divisione dello spazio politico che non dovrebbe avere più senso, quando proprio gli ultimi 17 anni di storia italiana ci dimostrano invece come destra e sinistra continuino a rappresentare due mondi diversi, ciascuno dei quali si riferisce a valori diversi.
E infatti noi siamo qui oggi per chiedere agli elettori di voltare pagina rispetto a 18 anni di governo leghista a Varese, proprio perché la nostra idea di città è radicalmente diversa da quella della destra, proprio perché diversi sono i valori da cui questa idea ha origine.
Io questi valori li trovo riassunti in 3 parole, vecchie ma attuali.
La prima parola è eguaglianza, che oggi significa garantire a tutti le stesse opportunità.
Significa, come recita l’art.3 della Costituzione, “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Significa scegliere giustizia ed equità, e rifiutare privilegio e rendita.
Scegliere la sinistra significa, sapendo che è l’eguaglianza che rende possibile e dà valore alla differenza.
La seconda parola è solidarietà, cioè l’idea di una società che non lascia indietro nessuno e si fa carico delle difficoltà di chi non gode delle stesse opportunità degli altri.
Una idea di società da contrapporre a quella di una comunità ristretta, rigida nella sua composizione e chiusa verso l’esterno, quel modello che la Lega vuole imporre.
Solidarietà significa scegliere una società che mira ad includere, senza rifiutare nessuno.
La terza è una parola che il Presidente del Consiglio da tempo cerca di sottrarci, alterandone il significato. Perché libertà non significa individualismo senza limiti, magari a beneficio di un’unica persona.
Libertà significa invece per ciascuno di noi la possibilità di immaginare e realizzare il proprio progetto di vita.
Significa per prima cosa riconoscere e rispettare la libertà degli altri.
Libertà significa avere la possibilità di scegliere, perché non esiste libertà senza scelta.
E scelta è la mia parola di oggi.
Io oggi sono qui perché voglio scegliere tra destra e sinistra.
Perché so cosa scegliere tra eguaglianza e gerarchia, tra merito e privilegio, tra giustizia e impunità, tra solidarietà e indifferenza, tra mobilità sociale e casta, tra inclusione ed esclusione, tra io e noi.
E la mia idea di scelta passa anche attraverso le primarie, delle quali dobbiamo smettere di avere paura perché sono uno strumento di democrazia e di partecipazione, con cui la politica può riavvicinarsi ai cittadini restituendo a questi il loro ruolo: quello di scegliere chi li deve rappresentare, in Comune a Varese come in Parlamento a Roma.
Il PD è nato con le primarie e ne rappresentano il principale elemento identitario, almeno per gli elettori.
Le primarie aiutano a far emergere le differenze che distinguono la sinistra dalla destra, aiutano i cittadini a percepire che esiste una idea diversa di come governare una città come Varese.
Le primarie quindi aiutano a scegliere.
Io non voglio rinunciare, in cambio di alleanze dall’identità indefinita che nascono dall’idea che la priorità sia governare e non come governare, a questo strumento di libertà che è l’esercizio della scelta.
Io non intendo barattare la possibilità di scegliere i candidati mediante le primarie, perché la prima alleanza che il PD deve stringere è quella con i propri elettori, con i tanti che si sono astenuti, con quelli che potrebbero farlo in futuro, con quelli che nel PD ci credono ancora.
Perché è da qui che dobbiamo ripartire, da noi stessi.

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Prossima fermata: Varese

Venerdì sono partito per Firenze con due libri nella valigia, due buone letture che mi avrebbero dovuto fare compagnia durante il viaggio e nei momenti di pausa dell’assemblea dei “rottamatori” alla Stazione Leopolda. Si, perché in queste occasioni non è raro sentire il bisogno, per vincere la noia di interventi troppo spesso vuoti e autoreferenziali, di uscire dall’aula per chiacchierare nei corridoi oppure di rifugiarsi in un angolo a leggere.

Invece cos’è successo con “Prossima fermata: Italia”?

È successo che Pippo Civati e Matteo Renzi hanno dato spazio a decine di contributi (sul sito che ha promosso l’iniziativa ne sono arrivati a centinaia) di militanti e amministratori del Partito Democratico, un vero e proprio mercato di idee e di buona politica.

E i miei libri per una volta sono rimasti nella valigia, perché non mi è mai venuta voglia di staccare la spina, neanche per un momento, ed ho seguito con attenzione molti degli interventi – alla fine sono stati 120 – che, al ritmo di 5’ ciascuno, si sono susseguiti rispettando i criteri fissati dagli organizzatori: una parola, uno slogan, una proposta, un’azione concreta. E l’impegno a farsi interpreti della propria parola e del proprio slogan.

L’idea è quella che dalle giornate di Firenze esca un vocabolario con le parole della buona politica, pieno di idee e proposte che racchiuda le parole di ciascuno, da mettere a disposizione di tutti, da condividere (la parola scelta dal mio amico Stefano è stata proprio condivisione). E insieme alle idee i principi, con la “Carta di Firenze” che Renzi ha letto al termine del suo intervento di domenica mattina.

Io ho provato ad immaginare quale sarebbe potuta essere la mia parola, ed ho scelto “spugna”.

Spugna, perché corrisponde allo stato d’animo con cui mi sono seduto nella sala della Leopolda e mi sono messo in ascolto. Una spugna con tutti i pori aperti, pronti ad assorbire le idee e gli spunti che arrivavano dal palco.

Così facendo da Firenze sono tornato “appesantito”, perché la spugna ha assorbito idee – ma anche passione ed entusiasmo – in abbondanza. E nello stesso tempo leggero, per aver respirato “una bella boccata di ossigeno in mezzo a tempi amari”.

E i miei libri hanno continuato a rimanere nella valigia anche la sera, uscito dalla Leopolda, quando sono rimasto sveglio fino a notte inoltrata a discutere di politica con insieme ai quali ho condiviso questa esperienza.

E adesso? Cosa si può fare – adesso – per trasformare l’energia di Firenze e metterla a disposizione della mia città?

Adesso è importante che uno dei treni che sono partiti dalla Stazione Leopolda – la stazione di partenza, certamente non quella di arrivo – si fermi anche a Varese, dove la prima cosa da fare in vista delle prossime elezioni amministrative è la rottamazione della paura di perdere e di quella subalternità nei confronti della “cultura” leghista che troppo spesso fa perdere la partita ancora prima di giocarla.

Dobbiamo cancellare la paura e sostituirla con il coraggio, provando a “declinare il coraggio contro la paura, condividendo un percorso di parole e di emozioni, di progetti e di sentimenti perché la prossima fermata sia davvero l’Italia”.

Dobbiamo sostituire la paura con il coraggio di chi è consapevole di avere un obbligo, in particolare nei confronti di quella generazione che ha ricevuto in dono – dal ventennio di Berlusconi, Bossi e Fini – un’Italia avvelenata, spezzata, diseguale, immobile.

Dobbiamo guardare avanti, verso una Terza Repubblica che dobbiamo costruire in prima persona, rinunciando al contributo di chi ha fatto marcire la Prima e non è stato in grado di costruire la Seconda.

P.S.: i libri che non ho letto a Firenze, ma che sto leggendo e che consiglio di leggere sono Ragionevoli dubbi
 di Gianrico Carofiglio
e soprattutto La scuola è di tutti di Girolamo De Michele

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1° Marzo 2010 – Sciopero degli stranieri

Perchè uno sciopero degli stranieri? Semplice, perchè c’è una domanda che tutti noi dovremmo porci: «Non volete immigrati tra i piedi? Benissimo: provare per credere. Che cosa accadrebbe se i 4 milioni di immigrati presenti in Italia incrociassero le braccia per un giorno? Se migliaia di infermieri, pizzaioli, muratori… semplici e specializzati, saldatori, mulettisti, badanti, baby sitter, cassiere, capireparto, artisti, mediatori culturali ed educatori, addetti alle pulizie negli uffici, custodi e camerieri, centralinisti, magazzinieri, operatori informatici, insegnanti, medici… si fermassero tutti insieme?».  

Il PD e le primarie

Il PD è attraversato, da nord a sud, da tensioni e polemiche per la scelta dei candidati alla presidenza delle regioni nelle quali si voterà nel mese di marzo. Ci risiamo …
Per capire cosa stia succedendo bisogna, purtroppo, tornare al tema principale del congresso nazionale.
Lo spiega Geremicca su La Stampa: Ed eccola qui, in fondo, la questione delle questioni. Nelle settimane della sfida di Bersani e D’Alema a Franceschini e Veltroni, era parso un po’ astratto l’oggetto della disputa: nuovo contro vecchio, primarie-sì primarie-no, la sepoltura della cosiddetta vocazione maggioritaria. Qui in Puglia, nel fuoco dello scontro, si vede invece bene la differenza: e il fatto che la musica sia cambiata. Per esempio, privilegiare il rapporto tra i partiti – come sta avvenendo – e a questo subordinare la scelta dei candidati, rende le primarie non solo inutili ma addirittura pericolose, perché capaci di sconfessare la scelta già compiuta. E’ questo che fa dire a Vendola «qui si capirà cosa è destinato a essere il Pd». Ma non è affatto detto che non sia proprio questo quel che da qui si intende far capire.
Non ci trovo niente di male nel fatto che il PD provi ad allearsi con l’UDC, quello che non comprendo è che, mentre si tollera la politica delle alleanze variabili di Casini, gli si conceda di porre veti a ripetizione.
Dopotutto, vedi l’estratto dello Statuto più avanti, il PD ha deciso che le elezioni primarie sono il metodo per scegliere i candidati alle cariche istituzionali elettive. A meno che Casini non abbia anche la facoltà di cambiare le regole interne del PD …
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Dallo Statuto nazionale del Partito Democratico:
CAPO IV – Scelta dei candidati per le cariche istituzionali
Art.18 – Elezioni primarie del Partito Democratico

4. Vengono in ogni caso selezionati con il metodo delle primarie i candidati alla carica di Sindaco, Presidente di Provincia e Presidente di Regione. Qualora il Partito Democratico concorra con altri partiti alla presentazione di candidature comuni per tali cariche, valgono le norme contenute nell’articolo 20 del presente Statuto. Le modalità di selezione delle candidature per le altre cariche di livello regionale e locale vengono stabilite dagli Statuti delle Unioni regionali e delle Unioni provinciali di Trento e Bolzano.

Art.20 – Primarie di coalizione
1. Qualora il Partito Democratico stipuli accordi pre‐elettorali di coalizione con altre forze politiche in ambito regionale e locale, i candidati comuni alla carica di Presidente di Regione, Presidente di Provincia o Sindaco vengono selezionati mediante elezioni primarie aperte a tutte le cittadine ed i cittadini italiani che alla data delle medesime elezioni abbiano compiuto sedici anni nonché, con i medesimi requisiti di età, le cittadine e i cittadini dell’Unione europea residenti, le cittadine e i cittadini di altri Paesi in possesso di permesso di soggiorno, i quali al momento del voto dichiarino di essere elettori della coalizione che ha indetto le primarie, e devolvano il contributo previsto dal Regolamento.

Almanacco 2010

Almanacco 2010 (scovato sul blog di Giuseppe Civati)

L’anno dell’amore …
L’anno del processo … di beatificazione.

Gennaio
In nome del dialogo e dell’amore universale Berlusconi introduce la legge “salva-tutti-tranne-Fini”. Il Pd è contrario a norme ad personam, ma si dice disponibile ad approvare la formula detta dello «sconto comitiva». L’opposizione di Bersani è, comunque, tenace: «Chi la dura, la vince». La Lega presenta una proposta di legge contro i felafel e la salsa yogurt. Veltroni pubblica un nuovo romanzo: Inciucio. Trecento pagine dedicate a un uomo in barca a vela che va a sbattere contro un iceberg, felice, diciamo, della collisione. Ogni riferimento a cose o persone è, francamente, del tutto casuale.

Febbraio
Si apre il “processo” di beatificazione di Silvio, Ghedini cerca di renderlo compatibile con il lodo Alfano. Carnevale cristiano: vietati i costumi ispirati a Lawrence d’Arabia e alle Mille e una notte. Bersani è duro: «L’abito non fa il monaco». Per la crisi, i carri allegorici sono sostituiti da modellini in scala. Il partito dell’amore propone l’estensione del reato di clandestinità a chi è di carnagione scura, anche se proviene da Rovigo. Fini protesta dichiarandosi fedele all’Islam e originario dell’Abissinia da parte di madre. Polemiche sul crocifisso collocato nell’aula di Palazzo Madama: i due ladroni sono troppo pochi per rappresentare tutte le sensibilità presenti all’interno della maggioranza.

Marzo
Istituite le ronde dell’amore, per distribuire il bene anche a chi non lo desidera. Obbligatorie le pettorine rosa e i kleenex anti-sommossa. Modificato il regolamento della Camera: il presidente non potrà più passeggiare nel Transatlantico (nome che il Carroccio trova, tra l’altro, parecchio sospetto) e verrà “respinto” dai commessi. Regionali, il centrosinistra perde in Veneto, Lazio, Campania, Calabria e Puglia. Anche in Lombardia si afferma chiaramente la destra: Formigoni lascia dopo quindici anni. Bersani è tranquillo: «Poteva andare peggio, poteva piovere».

Aprile
A causa di gravissime precipitazioni, il paese è letteralmente inondato. Bertolaso chiede i poteri straordinari e invade il Molise con mezzi anfibi. A Pasqua Berlusconi annuncia la costruzione di un mausoleo all’Aquila costruito dalla Provincia autonoma di Trento: «un’opera da cui risorgere». Da Vespa si esagera: il plastico è a grandezza naturale. Esponenti del Pd si oppongono duramente: «sì, ma solo se è antisismico». Si riferivano al plastico. La Lega vieta, con apposito decreto, le mezzelune per affettare gli ortaggi e i ristoranti thai. Fini si dichiara rifugiato politico.

Maggio
Berlusconi tiene un comizio al Pantheon: «finalmente mi sento a casa mia», dichiara soddisfatto. Un’ordinanza del comune di Incostituzionale sul Mincio (MN) impone il rispetto delle usanze locali: tutti si devono svegliare alle cinque per mungere le mucche. Lo fanno da anni solo i Sikh e non va bene. Chiuso un gruppo di Facebook, «Berlusconi vai in pensione», ritenuto troppo offensivo. Jan Fini, a cui è stato negato l’asilo politico, si dà fuoco in piazza Montecitorio: la fiamma, assicura, non è più quella di una volta.

Giugno
La Lega introduce il dialetto nella modulistica per richiedere il permesso di soggiorno. A Brescia un valtellinese passa tre settimane allo sportello: aveva sbagliato fila, viene liberato da un mediatore culturale tunisino. La crisi continua a colpire, il governo lancia la campagna: «poveri, ma belli». Il Pd rilancia: «vogliamoci bene». Berlusconi si veste come Padre Pio e fa voto di castità: «tutti gli altri voti li avevo già presi», dichiara amorevolmente da Loreto, dove molti pellegrini sono accorsi a fargli visita.

Luglio
Berlusconi si ritira nella sua nuova, modesta magione, detta La Porziuncola, nel Golfo degli Aranci, con alcune devote. Le statistiche confermano: gli immigrati lavorano più degli italiani e sono pagati peggio. Compaiono strane scritte in varie lingue lungo le autostrade della pianura padana: «i veri lombardi siamo noi». Panico tra i leghisti. Gli alieni cercano di atterrare a Malpensa, ma trovano chiuso e ripartono in direzione Francoforte.

Agosto
Il Pd va in vacanza: nessuno nota la differenza. Berlusconi ascende al cielo, direttamente dalla Costa Smeralda, ma rinuncia al ricorso alle urne, più volte minacciato: «non voglio farmi cremare», confida ai suoi più stretti collaboratori. Per accedere a Facebook bisogna inserire il nome del prefetto come password. La crisi prosegue, le spiagge sono quasi deserte, ma il governo rassicura: «così si sta più comodi». Un fanatico assale Bersani con una piadina di estrema sinistra.

Settembre
La Festa del Pd si tiene a Arcore per vicinanza con il premier. Forte lo slogan della manifestazione: «Chi ci capisce è bravo». Dopo tre settimane di incontri, dibattiti e iniziative democratiche, Di Pietro è al 32% nei sondaggi. Un pentito originario di Omertà (TP) dichiara di avere giocato nel Milan e presenta regolare figurina Panini della stagione 2005-2006. Il Pdl nega l’esistenza del campionato di calcio. Il 29 settembre è dichiarato festa nazionale dell’amore: compiono gli anni Berlusconi e Bersani.

Ottobre
Individuati i siti per le nuove centrali nucleari: tutti collocati nelle regioni governate dal centrosinistra. Sollecitato a una dura opposizione, il Pd dichiara: «la fortuna è cieca». Il governo è talmente convinto dell’operazione che premia i Comuni che ospitano le centrali con apposito scudo fiscale. Letizia Moratti rinvia l’Expo 2015: «siamo troppo stretti con i tempi». Si terrà due anni più tardi. Incolpato il governo Prodi.

Novembre
Fini crea un nuovo movimento politico. In Francia. Il Pd chiede l’estradizione. Un’ordinanza del comune di Discriminate (BG) vieta di introdurre più di tre stranieri nelle squadre del Fantacalcio. L’accesso al web può essere richiesto presso la caserma dei Carabinieri più vicina a casa. La moschea di Milano trova sede a Malpensa, lontano da occhi indiscreti. Spiega il sindaco Moratti: «Abbiamo voluto trasferire gli islamici nel deserto, panorama a loro congeniale». Servitissimo il servizio di trasporto pubblico: il Moschea Express parte ogni venerdì da piazzale Cadorna.

Dicembre
Finisce l’anno con il debito pubblico che esplode. Bondi nega finanziamenti a quegli odiosi film d’essai da comunisti impenitenti e produce Natale a Predappio (Neri Parenti è il regista, ovviamente). Bersani: «anno nuovo, vita nuova». Il Natale è festeggiato con sobrietà, spiega Bonaiuti: «il Messia è già in mezzo a noi, che bisogno c’è?». Berlusconi: «amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi». Scoppia la guerra civile, ma tutti dicono I love you. Sipario.